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20-Nov-21 · Problematiche del bambino e dell'adolescente

Bambini aggressivi: le possibili cause e come intervenire

I bambini possono essere aggressivi per vari motivi. Occorre comprendere quali e intervenire ponendo limiti chiari e insegnando strategie alternative. 

Sono soprattutto insegnanti ed educatori a porsi la domanda, oppure genitori che non sanno più come gestire il comportamento dei propri figli. Perché i bambini sono aggressivi? O meglio, perché i bambini sono più aggressivi? C’è infatti la diffusa percezione che, rispetto al passato, i comportamenti aggressivi dei bambini stiano aumentando progressivamente e sia sempre più difficile contenerli, sia a scuola, che in famiglia.

Quali sono le cause dell’aggressività infantile? La risposta è molto complessa, i fattori che possono intervenire e sovrapporsi sono molteplici, e per ogni bambino la spiegazione può essere diversa. Occorre innanzitutto distinguere un’aggressività sana da una disfunzionale.

L’aggressività non è di per sé negativa, anzi, una certa quota è naturale e funzionale alla crescita, soprattutto nei bambini più piccoli. Un bambino piccolo di 2/3/4 anni, non ha ancora sufficienti strumenti verbali per interagire con gli altri, esprimere i suoi desideri, esprimere frustrazione e collera, e può utilizzare comportamenti aggressivi come mordere, tirare i capelli, dare pugni, lanciare oggetti per esprimersi, per affermare sé stesso e vedere fino a dove può spingersi. Compito dell’adulto è aiutarlo progressivamente a comunicare o sfogare le emozioni usando mezzi che non procurino danno o sofferenza agli altri o a sé, sostituendo i suoi comportamenti con altri più adeguati.

L’aggressività infantile diventa spia di un problema o un disagio quando è la modalità prevalente di rapportarsi agli altri, diventa quindi pervasiva, costante, difficilmente modificabile dall’intervento dell’adulto, arreca danni importanti, è immotivata.

Vediamo ora quali fattori possono incidere sull’aggressività del bambino, favorendola.

L’ambiente familiare è il contesto che ha più influenza sul bambino e ne orienta i comportamenti, soprattutto nei primi anni di vita. In particolare, il tipo di attaccamento e la qualità della relazione che si instaurano tra genitore e bambino sono un forte predittore dell’aggressività. Un attaccamento problematico nei primi tre anni di vita può portare a difficoltà a instaurare relazioni affettive, a una forte rabbia, uno scarso controllo degli impulsi e assenza di rimorso. Perché si formi un attaccamento sicuro, il bambino ha bisogno di un genitore che percepisca i suoi bisogni, li sappia interpretare, si sintonizzi affettivamente con lui, risponda in modo pronto, costante e prevedibile.

Così il bambino impara la fiducia reciproca, esplora l’ambiente con sicurezza, impara a controllare impulsi ed emozioni, impara la compassione per gli altri, sa che c’è qualcuno a cui può rivolgersi se ha bisogno. Un attaccamento sicuro è il miglior fattore protettivo contro comportamenti violenti. Se invece il genitore non fa tutte queste operazioni, o lo fa in modo contraddittorio e incostante, può stabilirsi un attaccamento insicuro che rende il bambino più impulsivo, oppositivo, rabbioso, impaurito, sfiduciato, incapace di controllarsi, sempre sulla difensiva.

Lo stile educativo ha una forte influenza. Sia uno stile troppo punitivo che uno lassista possono favorire l’aggressività. Lo stile peggiore vede una disciplina lassista unita a un atteggiamento ostile dei genitori: ad esempio, cedere alle richieste del bambino anche quando non è opportuno, e poi occasionalmente reagire in modo esagerato con punizioni anche sproporzionate; oppure, accontentare il bambino in tutto, ma allo stesso tempo criticarlo costantemente; dare punizioni fisiche molto dure, e allo stesso tempo essere poco coinvolti nella vita del figlio.

Fattori biologici e genetici sono correlati a un maggior rischio di aggressività: esposizione prenatale a droghe ed alcol, stress della madre in gravidanza, prematurità, deficit nutrizionali; un temperamento disinibito del bambino, deficit cognitivi, problemi attentivi.

Anche un ambiente culturale in cui sono presenti modelli violenti alimenta l’aggressività dei bambini. I bambini che guardano cartoni animati violenti sono più predisposti a picchiare i compagni, a non rispettare le regole, sono meno sensibili alla sofferenza degli altri. La nostra cultura propone purtroppo un’immagine vincente della persona aggressiva, competitiva, che persegue i propri obiettivi e il benessere individuale senza troppi scrupoli. Gli episodi di aggressività tra adulti sono molto più diffusi che in passato, e i bambini osservano e apprendono che l’aggressività è un modo legittimo per risolvere i problemi o per ottenere ciò che vogliono.

Comportamenti aggressivi possono essere una modalità per suscitare l’interesse e l’attenzione dei genitori, o essere la risposta ad aventi stressanti e a cambiamenti significativi come la nascita di un fratellino, un trasloco, un lutto in famiglia, la malattia di un genitore; possono manifestarsi a scuola o in altri contesti gruppali per rivalità, per desiderio di possesso di un gioco, per difendersi da compagni a loro volta aggressivi, per difendere i propri diritti, per emulazione, per ricerca di attenzione, per senso di inferiorità.

Di fronte a un’ aggressività eccessiva di un bambino, occorre dunque chiedersi: che messaggio sta mandando? Si tratta di un modo per esprimere un disagio o una sofferenza? Comunica un bisogno del bambino? Ci segnala invece che qualcosa  nel contesto va modificato?

Per aiutare un bambino che manifesta un’aggressività eccessiva e disfunzionale, dobbiamo quindi individuare i motivi che la alimentano. In generale, osserviamo che un bambino è tendenzialmente meno aggressivo se ha un senso di sé solido e positivo, se è autonomo, se sente di essere buono, amabile e capace, se trova negli adulti di riferimento un contenimento delle sue emozioni e una risposta sollecita e costante ai suoi bisogni. Tutto ciò che, nel contesto familiare o fuori, favorisca questi fattori protettivi, è di aiuto al piccolo per gestire la propria rabbia.

Ma nella vita quotidiana, concretamente, come intervenire di fronte a comportamenti aggressivi?  Cosa fare nel momento in cui il bambino picchia, morde, graffia, lancia oggetti?

Se il bambino vede che di fronte ai propri comportamenti aggressivi l’adulto non interviene, si sente abbandonato e in balìa delle sue emozioni che non sa ancora controllare. Allo stesso tempo, un intervento dell’adulto che si limiti solo  a riprendere o punire anche in modo molto duro, lascia ugualmente il piccolo da solo in preda a stati d’animo che non sa decodificare e padroneggiare.

L’intervento dell’adulto dovrebbe permettere al bambino di imparare a controllare la propria rabbia e adattare i propri desideri e necessità ai limiti imposti dal mondo esterno, insegnando che esistono modi alternativi per esprimerli.

Occorre fargli sentire che capiamo come si sente, convalidando i suoi sentimenti e riconoscendo le sue esigenze, senza giudicarli né sminuirli, ma essendo molto fermi sul fatto che quel comportamento non è accettabile :”So che in questo momento sei arrabbiato e vorresti picchiare tuo fratello, ma non è possibile fare del male agli altri”. Possiamo insegnargli che, ad esempio, quando si sente molto arrabbiato può tirare pugni ad un cuscino, o fare a pezzi un foglio di carta, oppure può fare una corsa, mentre non può fare male ad altre persone o danneggiare gli oggetti.

I bambini piccoli non sanno decodificare le proprie emozioni, possono anzi esserne spaventati, e hanno bisogno che noi gli diamo un nome e li aiutiamo a decifrarle.  Anche il semplice dirgli “Ora sei arrabbiato” gli fornisce uno strumento per capire che cos’è quel tumulto che prova e per non esserne travolto e dominato.

Dirgli che il suo stato d’animo è legittimo, che capitava anche a noi di sentirci così, contribuisce a lenire la rabbia e il desiderio di rivalsa e predispone maggiormente a frenarsi per trovare modi alternativi di esprimersi.

Se il bambino si appropria con prepotenza di un gioco togliendolo ad altri, dobbiamo farglielo restituire. Se picchia i compagni o gli adulti, è opportuno allontanarlo dalla situazione finchè non si sarà calmato.

Il time-out consiste appunto nel far allontanare il bambino dalla scena “calda” e restare per un certo tempo (di solito un minuto per ogni anno di età del piccolo) in un posto tranquillo. Viene a volte scambiato con il “mettere in castigo” in un angolo, ma ha tutt’altro significato: ha lo scopo di ritirarsi per un po’ in un posto tranquillo per sbollire, riprendere il controllo su di sé e calmarsi. Del resto, lo facciamo anche noi adulti, quando sentiamo che una situazione ci è insostenibile e che stiamo per esplodere, e ci allontaniamo per smaltire la rabbia.

Le prediche generiche (“Sei sempre cattivo”, “Non sai comportarti”, “Non ci si comporta così!”) sono inutili, piuttosto è importante aiutarlo a capire che a dei gesti negativi seguono delle conseguenze negative: “Hai rotto il giocattolo perché eri arrabbiato e ora non lo hai più”, “Il tuo amichetto non viene più a giocare con te perché tu gli hai fatto male”. La conseguenza diretta del comportamento costituisce di per sé una punizione: non avere più quel gioco (ovviamente non andrà ricomprato!), vedere che il compagno lo evita, è il risultato tangibile del suo comportamento e sperimentarlo in modo immediato e diretto è più efficace del rimprovero e di altri tipi di punizione.

La punizione fisica, picchiando il bambino con sculacciate o schiaffi, non solo è inefficace perché non produce un cambiamento nei comportamenti, ma anzi alimenta ulteriormente la rabbia e deteriora la relazione con l’adulto, è perciò sempre sconsigliabile, anche perché propone a sua volta proprio un modello aggressivo e violento di comunicazione e risoluzione dei problemi.

L’adulto deve intervenire in modo autorevole se il bambino supera i limiti (e autorevole non significa duro e violento, ma fermo e coerente), ma allo stesso tempo prestare attenzione per capire se l’aggressività possa essere segnale di un disagio da approfondire.

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