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19-Jun-19 · Problematiche del bambino e dell'adolescente

Mio figlio non mi mangia!

Il bambino che rifiuta il cibo allarma ed esaspera i genitori. Come evitare di rendere la tavola un campo di battaglia?

C’è chi lo deve inseguire mentre corre intorno al tavolo, e chi si è ormai rassegnato a servirlo sul divano; chi è impossibilitato a cambiare canale per non turbare l' appetito del piccolo, e chi deve improvvisare abilità circensi di intrattenitore. Il genitore di bambino-che-non-mangia ha sperimentato invano strategie più o meno montessoriane, fino ad attestarsi su quella che sembra garantire un minimo di apporto calorico al pargolo. Ma vediamo perché alcuni bambini non mangiano ( o perché ai genitori sembra che non mangino…), come riescono a soggiogare i genitori e qual è il modo migliore per risolvere il problema.

Se non  mangia…non ha fame!

L’alimentazione è un terreno delicato perché rispecchia profondamente il legame tra madre e bambino. Dai primi momenti di vita del piccolo, il cibo non è semplicemente un nutrimento, ma è anche il veicolo attraverso il quale si costruisce la relazione. Il fatto che il bambino mangi con piacere o rifiuti il cibo, non viene semplicemente attribuito al suo maggiore o minore appetito, ma viene caricato di significati simbolici. Così il bambino che mangia volentieri “dà soddisfazione”, mentre  il bambino che “non mi mangia” sembra non apprezzare quello che si fa per lui, o farlo per dispetto. Di solito il motivo per cui il bambino non mangia è perché, semplicemente, è sazio. I genitori dicono che non mangia niente, ma poi il pediatra trova tutto nella norma. Fidarsi della capacità del bambino di autoregolarsi permette di sgombrare il campo dalle interpretazioni psicologiche che spesso sono dettate dall’ansia del genitore e che finiscono per creare davvero il problema anche dove non c’era, innescando un circolo vizioso. Perché, è vero, il cibo simboleggia sia il legame che il distacco tra madre e bambino, e si presta quindi ad essere terreno ideale per eventuali scontri o per la manifestazione di un disagio che ha poco a che fare col cibo. Questo apre la strada a veri disturbi alimentari.

Te lo dico con il cibo

Alimentarsi è ovviamente indispensabile per la sopravvivenza; ciò fa del cibo l’elemento imprescindibile, il punto su cui si focalizza l’interesse del genitore: tutto si può tollerare, ma non che non mangi! L’estrema importanza attribuita al cibo lo rende il terreno ideale per le lotte di potere che il bambino ingaggia in casa e un’arma di ricatto insostituibile, nel momento in cui comincia ad esercitare la sua autonomia. Il bambino può ridurre in schiavitù l’intera famiglia, diventando un piccolo tiranno: potere che non gli procura affatto benessere e che va al di là di quella indipendenza che invece è utile e auspicabile. Inoltre, i disturbi alimentari del bambino sono in realtà il parafulmine di difficoltà non manifeste dei genitori: spesso c’è una mamma che ha un legame troppo stretto col figlio e non permette l’accesso al papà, situazione a cui entrambi i genitori inconsapevolmente contribuiscono mantenendo il proprio comportamento, complementare a quello dell’altro. Preoccuparsi per il bambino che non mangia, è poi un modo per non affrontare i propri bisogni e le proprie insoddisfazioni. La domanda “Ha mangiato?” è anche la prima che le mamme rivolgono alla maestra, quando vanno a prendere il bambino al nido o alla scuola dell’infanzia, soprattutto nei primi tempi dell’inserimento. Tutte le preoccupazioni sembrano concentrarsi su questo unico punto, mentre restano inespresse le ansie sottostanti: “Si troverà bene in questo ambiente? Sentirà la mia mancanza?”. Convogliare tutti i timori sul cibo rende la situazione apparentemente più controllabile.

Un piccolo nutrizionista

Ogni bambino ha la capacità naturale di alimentarsi secondo i suoi bisogni ed ha un rapporto personale con il cibo, che dipende anche dal suo temperamento. Alcuni sono pronti ad assaporare alimenti nuovi con curiosità, altri sono più cauti; tutti già da piccoli hanno preferenze spiccate per certi alimenti e ne rifiutano altri. Una nota  ricerca ha dimostrato che bambini lasciati liberi di alimentarsi avendo a disposizione pietanze di gusti e quantità diverse, organizzano da sé una dieta molto equilibrata. È il caso allora di fidarsi della loro capacità e dei loro segnali di fame e, soprattutto, sazietà. Non bisogna imporre al bambino un cibo che non gli piace, o costringerlo a terminare tutto quello che ha nel piatto. Rispettando i suoi tempi e i suoi gusti- nel limite del ragionevole- si incoraggia la sua autonomia. E’ importante farlo mangiare da solo, anche se si sporca o versa il cibo, e lasciare pure che da piccolo giochi col cibo, perché per lui il gioco è la forma con cui conosce la realtà.

Una sana indifferenza

Il pasto deve essere un’occasione di relax e di condivisione, non deve trasformarsi in un’occasione di conflitto. E’ importante sdrammatizzare l’alimentazione, che non deve essere solo una necessità, ma anche un piacevole momento di gioco. Preparare insieme le pietanze, inventare delle ricette, usare tutti i sensi per apprezzare gli alimenti, sono tutti modi per rendere più appassionante l’alimentazione. Mai fare ricatti affettivi: “Dai, se mangi la mela la mamma è contenta”, “Su, lo sai che la mamma piange se non mangi la minestra”. Oltre ad essere inutili, alimentano il senso di colpa del bambino e rafforzano un’equivalenza distorta tra cibo e affetti. Evitare anche di distrarre il bambino con giochi e teatrini di ogni genere, perché il piccolo deve essere consapevole del momento del pasto. La replica abituale del genitore è :”Eh, dice bene lei, ma guardi che se non facciamo così non mangia NIENTE!”. Questo può anche essere vero per i primi due giorni, quando il bambino, ormai piccolo despota, alza la posta in gioco per fiaccare i genitori sul loro punto debole (il terrore che muoia di fame), certo della loro resa. Ma se i genitori restano fermi e convinti del proprio comportamento, il bambino si adegua  in fretta e mangia assecondando la propria fame,  senza bisogno che i genitori si sfiniscano in estenuanti sedute degne di animatori professionisti. Il cibo, poi, non deve essere nè un premio, nè una punizione, altrimenti diventa materia di contratto. Una sana indifferenza al rifiuto di mangiare del bambino (“Va bene, non è una tregedia,  mangerai stasera”), praticata non come castigo e con rancore,  ma molto serenamente come rispetto della libertà del bambino, permette un rapporto più spontaneo col cibo e previene problematiche psicologiche ben più serie.

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