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26-Jun-19 · Psicoterapia e altri interventi psicologici

Uno per tutti, tutti per uno: la terapia familiare

La terapia familiare lavora con tutta la famiglia per modificare le dinamiche relazionali che creano e mantengono il disagio in uno dei membri.

Ogni volta che arrivo nel poliambulatorio dove lavoro, la segretaria - non senza un certo timore -  mi chiede: “Quante, stavolta?”. Si riferisce alle sedie. Perché io sono l’unica, tra i vari specialisti, che ha bisogno di un sacco di sedie. Ne hanno persino dovuto comprare di nuove per colpa mia! Perché io mi occupo anche di terapia familiare, e non c'è limite a numero e tipologia di familiari che potrebbe venirmi in mente di invitare in seduta: nonni, cugini, zii, cognati, nipoti. Dal neonato al centenario, se serve io faccio venire. Per la terapia familiare, è nella famiglia che sta il problema, e nella famiglia stanno anche le risorse per superarlo.

L’origine del disagio: un blocco nel ciclo vitale

La famiglia è un sistema vivente il cui sviluppo avviene per fasi, ciascuna con compiti propri. Dalla formazione della coppia, alla nascita e crescita dei figli, fino all’età anziana e alla morte, la famiglia ad ogni tappa deve affrontare una situazione nuova che mette in crisi le abituali modalità di funzionamento e richiede un nuovo equilibrio. Una famiglia sufficientemente flessibile riuscirà ad adattarsi ai cambiamenti. Una famiglia con schemi di comportamento rigidi potrà invece bloccarsi in una tappa del ciclo vitale, con insorgenza di disturbi in uno o più dei suoi membri. Il sintomo non è quindi solo la manifestazione di un disagio individuale, ma esprime un malessere dovuto ad un’organizzazione disfunzionale dell’intera famiglia: il “paziente designato” è colui che si fa portavoce delle difficoltà di crescita della famiglia. Il sintomo segnala un disagio di tutti, ma allo stesso tempo devia tutte le preoccupazioni sul malato sintomatico.

Questione di svincoli…

La salute mentale ha molto a che fare con la capacità di “differenziarsi”, ovvero essere autonomi e capaci di funzionare da soli. Differenziarsi significa innanzitutto svincolarsi dalla famiglia d’origine, un impegno che ci accompagna per tutta la vita e ci permette di conquistare una posizione equilibrata tra appartenenza e separazione. Le persone possono avere gradi diversi di differenziazione: a un estremo ci sono quelle totalmente “fuse” con la famiglia e dipendenti anche nelle altre relazioni, poco realizzate sul piano personale, estremamente preoccupate dei sentimenti degli altri verso di loro, e all’altro estremo quelle con una buona identità individuale, emotivamente sicure e non influenzabili, capaci di condivisione con l’altro ma sempre nel rispetto di sé stesse e dei propri valori. Minore è la differenziazione, maggiore è il rischio di sofferenza psicologica.

Il triangolo no!

Tensioni e conflitti sono normalmente presenti nelle famiglie, ma possono sfociare in dinamiche disfunzionali in circostanze sfavorevoli come, appunto, blocchi nel ciclo vitale o alti livelli di dipendenza reciproca tra i membri. La tensione induce a creare triangoli, ovvero alleanze tra i membri della famiglia, con lo scopo di diluire la tensione stessa. La trasmissione del problema ai figli è un meccanismo molto frequente con cui viene gestita la tensione. Ad esempio, due genitori in conflitto coinvolgono, in modo inconsapevole, un figlio. Un genitore può cercare nel figlio un alleato per coalizzarsi contro l’altro genitore; oppure, un figlio “cattivo” o problematico “serve” ai genitori  per sviare l’attenzione dai propri conflitti; o ancora, un figlio malato o fragile permette ai genitori di unirsi per lui mascherando le loro tensioni. In ogni caso, il figlio è tirato dentro in un triangolo in cui le sue risorse sono usate per regolare il conflitto degli adulti e scapito dei suoi bisogni evolutivi. Non si tratta di cercare colpevoli: nessuno attua questi comportamenti con l’intento di causare sofferenza all’altro, e la stessa “vittima” – in questo caso, il figlio – partecipa attivamente a questa dinamica mantenendola nel tempo, perché comunque appaga, anche se in forma distorta, anche bisogni propri. Il “gioco” familiare si crea e mantiene perché in quel momento è la migliore forma di equilibrio che la famiglia è riuscita a ristabilire.

La terapia familiare

La terapia ha lo scopo di modificare il “gioco”, ovvero le dinamiche relazionali tra i componenti, aiutandoli a essere consapevoli di questi meccanismi, a controllarli e a trovare alternative più adattive. Lavora su ruoli, gerarchie, alleanze, modalità di comunicazione, con lo scopo di migliorare sia il funzionamento della famiglia, sia il benessere dei singoli, aiutando tutti a progredire verso una sana differenziazione. E’ particolarmente adatta quando il disturbo riguarda bambini e adolescenti, proprio perché essi sono frequentemente il parafulmine che accumula su di sé le tensioni della famiglia. Allo stesso tempo, per questo approccio terapeutico il trattamento del bambino è sempre un trattamento della sua famiglia, perché i familiari sono per lui le figure più significative e le risorse essenziali e imprescindibili.

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