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26-Jun-19 · La personalità

Spettatori della propria vita: il disturbo evitante di personalità

Nel disturbo evitante la persona evita i contatti sociali per paura del rifiuto. La cura prevede il decentramento da se stessi.

Vorrebbe tanto essere come tutti gli altri: avere degli amici, un affetto, uscire, divertirsi. Ma ogni volta la paura di essere rifiutato lo paralizza e lo costringe a una vita solitaria. Non trova niente di buono in sè stesso e legge negli sguardi degli altri solo derisione o indifferenza. Si tratta del Disturbo Evitante di Personalità, che induce appunto ad evitare i contatti sociali e tutto ciò che esce dalla rassicurante consuetudine.

Non valgo niente

Chi ha un disturbo evitante di personalità si sente inadeguato ed è estremamente sensibile ai giudizi negativi,  offendendosi facilmente di fronte a critiche o disapprovazioni. Si considera socialmente incapace, inferiore e fisicamente non attraente, non amabile e pieno di difetti, perciò evita le relazioni sociali per paura di essere ridicolizzato,  rifugiandosi  a volte in un mondo di fantasia. Si sente estraneo alla società e anche se vorrebbe farne parte, preferisce stare da solo per paura del rifiuto, evitando tutte le attività che implicano un contatto interpersonale significativo. Ha infatti paura di arrossire, tremare o manifestare altri segni di ansia che lo esporrebbero a una pubblica umiliazione. Teme di non saper rispondere a eventuali domande, o di dire cose sciocche e inadeguate; è così concentrato e teso nel monitorare le proprie reazioni interiori e le reazioni dell’altro, in uno stato di tale allerta,  che  produrre un discorso o una conversazione fluente diventa effettivamente difficile e il soggetto è visibilmente impacciato.

Evita anche attività lavorative che richiedano contatti interpersonali e spesso ha un rendimento al di sotto delle sue possibilità, negandosi possibilità di carriera che lo esporrebbero a maggiori occasioni di disagio. Di solito occupa posizioni subordinate e di scarsa autorità e ha un atteggiamento compiacente verso i superiori.

Una vita da spettatore

Il soggetto evitante ama l’abitudine e la routine e vive come pericoloso tutto ciò che è nuovo e imprevisto. Sta molto in casa, esce poco e di solito le sue relazioni sociali si limitano a quelle più abituali e rassicuranti: i familiari più stretti, al massimo un amico intimo, ma tipicamente non ha un gruppo di amici con cui uscire o passare il tempo libero.

 La solitudine che inevitabilmente deriva dal disturbo è vissuta dolorosamente ed è spesso accompagnata da sentimenti depressivi e dalla sensazione di non saper vivere una vita come gli altri, di essere diverso, quasi un alieno.  Si sente come se osservasse da fuori la vita degli altri che scorre e a cui non riesce a prendere parte. Desidera fortemente avere amici, un partner, condividere esperienze e interessi, ma la paura dell’umiliazione lo costringe a una vita ritirata.

L’ostinata certezza di non piacere

La persona evitante interpreta il rifiuto degli altri come conseguenza della sua inadeguatezza, escludendo altre possibili giustificazioni, e ciò non fa che confermare ed alimentare la convinzione della propria inettitudine. Ad esempio, se mentre interagisce con un’altra persona, questa distoglie lo sguardo, il soggetto evitante legge questo comportamento come sicuro segno di disinteresse nei propri confronti, trascurando altre possibili spiegazioni come la timidezza dell’altro o altri motivi. Non ha dei criteri interiori per valutare sè stesso in modo positivo, ma si basa esclusivamente sul giudizio degli altri. Pensa di non avere nulla di interessante da proporre agli altri e si sente invisibile e non considerato. L’autostima è così sottoposta a continui attacchi, che in realtà sono prodotti dal soggetto stesso, ma attribuiti agli altri. Quando poi riesce a instaurare una relazione, si comporta spesso in modo sottomesso e dipendente per il timore di perdere il legame.

Evitare le situazioni sociali protegge dallo sperimentare emozioni negative, tuttavia allontana sempre più dalla possibilità di sviluppare e allenare le capacità relazionali e allontana anche la persona dal contatto con le proprie emozioni.

Cause

Chi soffre di questo disturbo spesso riferisce di essere stato rifiutato in modo doloroso e cronico da parte dei genitori o dei coetanei durante l’infanzia; d’altra parte, questa percezione può essere distorta dalla tendenza della persona a monitorare in modo troppo severo i comportamenti degli altri. Comunque, il soggetto evitante è affamato di relazioni, ma allo stesso tempo ha dovuto sviluppare una corazza difensiva per proteggersi dal rifiuto, reale o percepito. Ha sviluppato una visione del mondo in cui gli altri non sono accudenti e lui non merita affetto. Altri individui con il disturbo hanno invece avuto genitori iperprotettivi che hanno ostacolato la loro indipendenza. Si ritiene anche che di fondo vi sia una personalità ansiosa, che predispone anche ad altri disturbi come attacchi di panico e altre fobie. Per altri studiosi, il disturbo non sarebbe altro che la punta estrema della timidezza, che di per sé è un tratto normale del carattere.

Trattamento

Il trattamento psicologico ha l’obiettivo di aiutare la persona a sviluppare e allenare le sue abilità sociali e correggere le credenze esageratamente negative su di sé. Altro aspetto importante è il decentramento, per aiutare il soggetto a non interpretare sempre le intenzioni e i pensieri degli altri secondo il proprio punto di vista disfunzionale. Occorre anche ridimensionare le aspettative irrealistiche verso le relazioni sociali e l’idea di dover essere perfetti per poter piacere agli altri. La persona evitante è aiutata a capire che   il suo comportamento, così rigido, può risultare inquietante agli occhi degli altri e metterli a disagio, contribuendo così a determinare la reazione imbarazzata dell’interlocutore. Infine, la persona deve essere incoraggiata ad assumersi in prima persona la responsabilità del proprio benessere sociale, piuttosto che aspettare sempre che siano gli altri ad assumersi il rischio nella relazione.

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