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20-Jun-19 · Sviluppo del bambino e dell'adolescente

I terribili due anni e le crisi di ribellione

Verso i due anni il bimbo scopre il potere di opporsi alle richieste dei genitori. Come sopravvivere a crisi e capricci.

In inglese li chiamano “the terrible twoes”, i terribili due, dove due sono gli anni del piccoletto…e l’espressione rende bene l’idea. Ogni genitore di bambino  duenne sa  perfettamente di cosa stiamo parlando: della famigerata “fase del no” che tutti i piccoli attraversano verso i due anni e che mette a dura prova la salute mentale di mamma e papà. Il pargolo sembra aver scoperto il potere della magica parolina e la ripropone sistematicamente, ribellandosi cocciutamente a qualsiasi richiesta del genitore. Sebbene sia un periodo, appunto, terribile, la fase del no è tuttavia una tappa fondamentale dello sviluppo del bimbo, che segna l’inizio della sua identità come individuo separato: una conquista insomma, di cui essere orgogliosi!

Una sillaba per crescere

La fase del “no” è un passaggio obbligato nel percorso di crescita del bambino. Ai genitori esasperati suonerà strano, ma in realtà il “no” del piccolo rappresenta una conquista, un segnale positivo: la capacità di essere autonomo e distinto dalla mamma. Dal momento in cui viene al mondo, il bimbo può crescere ed evolvere solo attraverso una graduale e progressiva separazione dalla mamma. All’inizio si sente ancora un tutt’uno con chi si prende cura di lui, e per arrivare alla consapevolezza di essere un individuo separato, con i suoi gusti o i suoi desideri diversi da quelli della mamma, è necessario un lungo percorso. Quando a due anni dice “No!” il piccolo rivendica la sua autonomia, è come se scoprisse per la prima volta di essere davvero diverso dalla mamma e dal papà. Si comporta in modo intrattabile e disobbediente soprattutto con la mamma, perché è proprio da lei che dipende maggiormente, ed è da lei che deve separarsi per diventare autonomo. La sua protesta è quindi necessaria e normale. I genitori  spesso pensano che la ribellione del piccolo sia un attacco personale nei loro confronti e  temono che segnali un suo disagio o una loro mancanza; sapere che invece si tratta  di un “esercizio” di indipendenza fisiologico, permette almeno di sopportare la piccola peste con maggiore comprensione e pazienza. Occorre peraltro sottolineare che se tale comportamento è normale nell’età compresa tra i 18 mesi e i tre anni, lo diventa meno in epoche successive; in questo caso potrebbe essere un segnale di disagio da approfondire.

“No” a oltranza

Non vuole mettere il pigiama, non vuole smettere di giocare, non vuole togliere il cappotto. E’ un continuo “no”. E si potrebbe pure capire, quando le richieste non sono così allettanti. Del resto, spesso noi adulti non teniamo abbastanza in considerazione le esigenze di un bimbo piccolo. Magari lui è assorto in un gioco che lo interessa e noi pretendiamo che lasci tutto immediatamente e senza discutere per uscire con noi (cosa che non faremmo tanto impunemente con un altro adulto!). Il problema è che il “no” prosegue a oltranza anche quando gli si propone qualcosa di piacevole o che di solito gradisce. “No” a tutto e al contrario di tutto: cosa che disorienta e mette a dura prova i nervi del genitore. Il fatto è che il “no” viene utilizzato a priori, slegato dal contesto specifico, per il puro piacere di rifiutarsi di aderire a una richiesta e per poter pensare “Eh no, decido io!”. Il bimbo ha un estremo bisogno di sperimentare questo nuovo potere e di vedere l’effetto che fa la magica parolina sugli adulti. A volte la verità è che, al di là del contrapporsi sempre e comunque, neanche il piccolo sa esattamente cosa vuole, oppure sa cosa vuole, ma non  ha ancora le parole per esprimerlo: questo lo porta ad irritarsi e arrabbiarsi con sè stesso, arrivando a scenate isteriche furiose. Pesta i piedi, scalcia, batte la testa sul pavimento; tipicamente si butta tutto lungo per terra nel corridoio del supermercato, ovviamente quando la concentrazione di spettatori è massima, per la gioia di mamma e papà.

Cosa fare

Quando è possibile, può essere utile dare al bambino un paio di alternative: “Vuoi il panino o un frutto?”, “Vuoi mettere la maglia blu o quella rossa?”. Il fatto di avere una possibilità di scelta può far sentire il bambino più libero e indurlo a cooperare piuttosto che accanirsi nel rifiutare quella che sente come una imposizione categorica. Invece, irrigidirsi di fronte al “no” rimproverando e punendo il bimbo è in genere controproducente. Naturalmente, ci sono situazioni in cui non c’è possibilità di scelta, come nel caso dei comportamenti pericolosi, o di regole come l’andare a scuola o a letto o lavarsi i denti. In questo caso al “no” del piccolo non si possono lasciare alternative e occorre rimanere fermi, dicendo ad esempio “Mi dispiace, ma devi farlo”. E’ importante lasciargli dire “no”, permettergli di protestare, ma non cedere sul comportamento. Se il genitore sa attendere con pazienza, senza reazioni eccessive, a volte al piccolo basta aver avuto la possibilità di sfogarsi protestando per poi tornare sui suoi passi e accettare la richiesta spontaneamente.

Le regole non devono essere troppe, altrimenti il bambino si sentirà schiacciato da continui “Non fare questo, non fare quest’altro”, e il suo bisogno di contrapporsi crescerà all’ennesima potenza. Meglio stabilire poche regole chiare su ciò che è veramente importante e far rispettare quelle.

Quando il bimbo è in preda a vere sfuriate isteriche, perde il controllo delle sue emozioni. Questo lo fa sentire disorientato e lo spaventa. Può essere utile abbracciarlo stretto finchè non si calmi; questo gesto ha una funzione di contenimento che gli dà non solo un limite fisico, ma anche un senso di protezione e sicurezza che gli permette di recuperare il controllo su di sé.

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