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21-Jun-19 · Ciclo vitale, eventi e ricorrenze

Finalmente in pensione…e adesso?

Il pensionamento comporta un certo stress: cambiano ruolo sociale, vita di coppia e rapporti interpersonali. Come viverlo al meglio?

Per alcuni è un sogno, per altri uno spauracchio da rimandare più in là possibile: in ogni caso, il momento in cui ci si ritira dal lavoro è un passaggio fondamentale e carico di significati. Desiderato o temuto, è comunque un cambiamento radicale che determina un certo grado di stress.

Già nel periodo che precede il pensionamento si alternano speranze e paure, progetti e incertezze. Ci si trova in una specie di limbo: non si appartiene ancora alla categoria dei pensionati, ma non si è più neanche del tutto parte del mondo dei colleghi, che guardano con un misto di invidia e compassione  chi sta per andare via.

L’ingresso nel mondo del lavoro è preceduto da una lunghissima preparazione che prevede anni di formazione e tirocinio, mentre dell’uscita nessuno si preoccupa. Per di più, questa data che cambia radicalmente la vita non può essere, spesso, scelta e negoziata: ci si ritrova a subirla, con tutti i suoi significati.

L’unica forma sociale di accompagnamento in questo delicato passaggio è costituita dal pranzo, la festa, con il regalo dei colleghi, il discorso, il ricordino. C’è tanta frenesia attorno al pensionando, in un’atmosfera forzatamente chiassosa e allegra che copre qualche sentimento meno nobile (il collega felice di togliersi di torno il rivale, le fantasie su chi occuperà ora il posto vacante…) e una vena di malinconia per la conclusione di una fase della vita. Del resto, convenzionalmente si fa coincidere l’inizio “ufficiale” dell’età anziana proprio con la fatidica data del pensionamento: i sessantacinque anni. Malgrado oggi molti pensionati siano attivi, soddisfatti e in buona salute, l’associazione  mentale pensione = vecchiaia permane, generando un certo senso di tristezza e inducendo a compiere un bilancio, non sempre felice, della propria esistenza.

Nel primo periodo prevale comunque l’euforia per l’inconsueto senso di libertà e di autonomia decisionale: non è più necessario sottostare a orari imposti, scadenze, ordini di capi e capetti; si ha finalmente la possibilità di dedicarsi alle proprie passioni. D’altra parte il lavoro, oltre che una fonte di reddito, era anche l’origine di molte altre cose: forniva innanzitutto un ruolo sociale  riconosciuto dagli altri e un senso di identità personale. Non a caso, quando ci si presenta a degli sconosciuti, una delle prime domande che ci si scambia allude proprio alla professione (“Che fai nella vita?”, “Di cosa ti occupi?”), e, soprattutto nel caso di mestieri prestigiosi, si viene presentati agli altri con un riferimento al proprio lavoro: “Ti presento il dottor Rossi… l’avvocato Bianchi” ecc. Il lavoro è la chiave dell’inserimento, permette di avere un posto rispettabile nella società: chi è disoccupato è considerato con commiserazione ma anche con una certa dose di disprezzo, ed egli stesso si vergogna della propria condizione. Il pensionato è stato parte di un ciclo produttivo, ma ora ne è fuori. La società valorizza l’uomo giovane, attivo, che si dà da fare, produce e spende; il pensionato occupa invece una posizione marginale, anche se ultimamente, a dire il vero,  la pensione di un membro della famiglia può essere l’unico modo di tirare avanti tutto il nucleo familiare, coi figli che hanno perso il lavoro e i nipoti scoraggiati che non l’hanno mai trovato.

Il lavoro è anche fonte di rapporti interpersonali; questi possono essere più o meno gradevoli, ma costituiscono comunque una rete sociale che dà sicurezza e protegge dall’isolamento; il lavoro regola inoltre il ritmo della giornata e dà significato alle feste e alle vacanze, che perdono gran parte della loro attrattiva quando diventano la norma.

Il pensionamento suscita reazioni diverse da un individuo all’altro, in base a molteplici variabili. Chi ha un lavoro prestigioso e gratificante può vivere negativamente la pensione, che comunque determina una perdita in considerazione, responsabilità, reddito. Chi è costretto a svolgere un mestiere faticoso e insoddisfacente guarderà invece alla pensione come a un traguardo desiderabile da raggiungere prima possibile. Chi svolge lavori manuali pesanti va in pensione più volentieri di chi fa un lavoro intellettuale, però poi ha più difficoltà  a crearsi degli interessi alternativi.

Il pensionamento è vissuto positivamente quanto più è una scelta volontaria, che garantisce un tenore di vita soddisfacente, e quanto più le condizioni di salute sono buone.

Le donne sembrano reagire più positivamente alla perdita del ruolo lavorativo perché comunque continuano a ricoprire un ruolo fondamentale in famiglia e in casa. Anzi, dopo aver faticato per decenni su entrambi i fronti, casa e lavoro, può essere un sollievo dedicarsi a un compito solo. L’uomo senza lavoro si trova più disorientato e fa più fatica a trovare occupazioni e interessi alternativi; inizialmente succede quindi che si aggiri per casa in modo inconcludente, turbando la consolidata routine domestica della moglie e determinando anche un carico di lavoro aggiuntivo!

Si è visto che il pensionamento è un “fenomeno di coppia”, nel senso che il grado di soddisfazione dopo il pensionamento e il livello di conflitto di coppia dipendono anche dal fatto che il partner lavori o no. Ad esempio, gli uomini appena pensionati sperimentano maggiori livelli di conflitto di coppia se la moglie continua a lavorare. Anche le donne appena pensionate risultano più depresse se il marito è ancora al lavoro. In ogni caso, la transizione  verso il pensionamento di ciascuno dei due elementi della coppia rappresenta un importante evento di vita, che richiede un processo di riaggiustamento psicologico di entrambi i partner. L’equilibrio che durava da decenni viene messo in discussione: il tempo trascorso insieme nello stesso spazio aumenta di colpo, richiedendo una ridefinizione del rapporto di coppia. C’è finalmente l’occasione di godere di una maggiore presenza dell’altro, ma anche il rischio di una esacerbazione di conflitti preesistenti. In questa fase vitale, inoltre, i figli in genere sono adulti e hanno lasciato, o stanno per lasciare, la famiglia d’origine. I genitori si trovano quindi nella fase cosiddetta del “nido vuoto”, che di per sé richiede alla coppia un riaggiustamento: ci si ritrova infatti di nuovo soli, dopo tanti anni in cui ci si è presi cura dei figli e spesso si è concentrata su di loro la propria attenzione. Vengono quindi a sommarsi più fattori: pensionamento, uscita dei figli da casa, a volte problemi di salute, la menopausa, e magari la necessità di curare i propri genitori anziani e non più autosufficienti, un mix abbastanza impegnativo!

Il pensionamento può però diventare un’occasione preziosa da sfruttare per prendersi cura di sè, per mettere in atto progetti, anche per osare quello che prima il proprio ruolo non permetteva.  E’ possibile continuare a  darsi da fare, anche se in un modo diverso e forse più congeniale alle proprie inclinazioni: aiutare gli amici, andare a pesca, seguire i nipoti, dipingere, viaggiare, prendersi cura di qualcuno che ne ha bisogno, provare qualcosa di nuovo o semplicemente godersi la solitudine o la possibilità di alzarsi quando se ne ha voglia. Ognuno può trovare un modo personale per rendere soddisfacente anche questa fase della vita, continuando a coltivare la ricerca del piacere e della gratificazione.

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