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26-Jun-19 · Comunicazione e relazione interpersonale

«Non ditemi di essere forte!»: il diritto alla fragilità

Nei momenti di stress e dolore la nostra debolezza ha bisogno di esprimersi e le emozioni devono defluire. Essere forti a tutti i costi non serve.

«Tutti mi dicono ‘Tu sei forte, vedrai che supererai anche questa’». «E che effetto le fa?». «Mi fa arrabbiare! Io vorrei gridare che non è vero, che non sono forte, che sono come tutti e sono stanca, che vorrei un attimo di pace!». Oppure, «Mi dicono ‘Devi essere forte, non puoi lasciarti andare’, ma anche io per una volta vorrei potermi appoggiare a qualcuno, non pensare a niente, essere coccolata come una bambina.». O ancora, «Se mi vedono piangere mi dicono ‘Ma che fai, proprio tu che sei sempre stata una roccia, non voglio vederti così!’». «E questo le è di conforto?». «No, assolutamente: mi fa sentire non compresa e sola».

Non c’è giorno che io non ascolti parole come queste. Il più delle volte accade in ospedale dove lavoro con i malati ematologici e oncologici, ma anche fuori dal contesto della malattia, incontro costantemente persone che a un certo punto reclamano il diritto di non essere, o non essere più, forti a tutti i costi.

La parola ‘forte’ non mi piace e la uso meno possibile perché mi sono accorta che incastra invece di aiutare, che fa sentire in colpa invece di incoraggiare, che blocca invece di  far scorrere.

Incontro di frequente persone, soprattutto donne, che si definiscono e vengono definite dagli altri come forti e resistenti, che sono pilastri della famiglia, che si danno da fare per tutti, abituate a non essere mai di peso a nessuno, a mantenere un ferreo controllo sulle proprie emozioni, sempre col sorriso anche di fronte a stress enormi che sopportano senza battere ciglio, senza mai abbattersi o mostrare segni di rabbia o paura. Di fronte agli stress della vita procedono come carri armati, li prendono come una sfida e anzi giocano al rialzo per dimostrare a sé e agli altri che non cedono, che ce la fanno, e non si fermano mai per non pensare.

Quando però lo stress è così intenso che soverchia le loro capacità di adattamento abituali questo equilibrio si rompe e la loro fragilità reclama diritto di cittadinanza, ma viene ricacciata indietro perché vissuta come sconosciuta e inquietante. «Io non sono mai stata così, io sono sempre andata avanti come un treno; è sbagliato sentirsi così». Anche gli altri cercano di ricacciare indietro questa nuova immagine più fragile ma anche umana e probabilmente più sana: «Tu non sei così, tu sei forte, tu ce la fai, tu non hai bisogno», allarmati dal pericolo di perdere una colonna portante e dal timore di non essere in grado di dare sostegno, col rischio di precipitare tutti a fondo.

Mi capita di ascoltare lo sfogo di giovani madri molto malate che si disperano: «Mi dicono che devo essere forte e combattere per i miei bambini, io mi sforzo ma, giuro, non ce la faccio più. Mi dispiace, mi dispiace tanto…». Insistere nel dire che deve essere forte a una madre che sente perdere ogni giorno di più ogni energia fisica e mentale e che si sente già mostruosamente in colpa per non poter fare di più, è semplicemente un crimine. In quel momento ha piuttosto bisogno di sentirsi dire «Riposati, non ti preoccupare, puoi fermarti, anche i carri armati hanno bisogno di fare manutenzione, anche i giocatori migliori stanno fermi in panchina per recuperare e per preservarsi». Hanno bisogno di sentirsi dire che non c’è bisogno di lottare sempre, che possono deporre le armi ogni tanto e piangere se ne hanno voglia, e che c’è qualcuno accanto che regge a cui possono appoggiarsi. Hanno bisogno che qualcuno gli dica che questo non significa non combattere più o non essere forti, e che anzi, fermandosi e concedendo alla propria fragilità e alle proprie emozioni di emergere e defluire, fanno qualcosa di buono e sano per il proprio corpo e per la propria mente, che reclamano il diritto di riposare e recuperare energie.

Resistendo alla tentazione di dire «Dai, fatti forza», che serve più che altro a noi per rassicurarci, e senza temere che questo significhi aprire la porta a un abisso di depressione, possiamo semplicemente stare accanto condividendo anche il dolore e rendendolo perciò più sopportabile, attraversandolo e lasciandolo scorrere.

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Signorina lei ha bisogno d'affetto

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