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26-Jun-19 · Comunicazione e relazione interpersonale

Le frasi da non dire se vuoi essere d’aiuto

Molte frasi  che usiamo per consolare gli altri non solo non sono d’aiuto, ma finiscono anche per irritare o ferire. Ecco le peggiori!

Quando qualcuno ci parla di un suo problema, ci racconta le sue preoccupazioni o si sfoga con noi piangendo, siamo di solito portati a intervenire, a dire qualcosa per cercare di consolare, incoraggiare o dare una soluzione. Lo facciamo spinti dalle migliori intenzioni e da un interesse autentico. Tuttavia, molte delle espressioni che abitualmente pronunciamo in queste occasioni non solo non sono d’aiuto, ma finiscono per fare sentire l’altro non ascoltato, poco compreso, o addirittura lo irritano.

Passo in rassegna le più frequenti:

  • «Dai, non dire così!”/ “Dai, non fare così!»: soprattutto quando una persona piange oppure esprime senza mezzi termini la sua disperazione o altre emozioni che consideriamo negative, tendiamo a bloccarla, come se la sua reazione fosse di per sé sbagliata, non sana, pericolosa. In questo modo blocchiamo lo sfogo emotivo e facciamo sentire l’altro inadeguato per quella che invece è una sana manifestazione delle sue emozioni.
  • «Ma tu sei forte!»: non ho mai sentito una sola persona dire di essere stata confortata da questa frase. Anzi, tutti si irritano e tra sé commentano: «E quindi che vuol dire, che io non ho bisogno di aiuto?», oppure «Sono stufa di essere considerata forte, anche io vorrei che per una volta qualcuno si prendesse cura di me», o ancora «Che discorsi, quando vivi certe disgrazie la forza sei costretto a fartela venire e basta».
  • «Il Signore le manda a chi può sopportarle!»: ci sono persone che arrivano da sé a dare questo senso alle loro sofferenze, e allora va bene. Ma quando non è una loro elaborazione e la frase arriva da qualcun altro, in genere le fa imbestialire e le offende, anche.
  • «Non ci pensare, andrà tutto bene!»: a queste parole, il pensiero dell’altro è «Vorrei vedere te, se riusciresti a non pensarci» e «Come fai a dire che andrà tutto bene!», ma tace e si sente più incompreso e solo di prima. E’ una rassicurazione troppo vaga e generica che anzi viene spesso sentita come un liquidare il discorso. Se vogliamo davvero rassicurare, allora ascoltiamo con calma tutti i timori e dopo aiutiamo l’altro a vedere eventuali elementi concreti su cui costruire la fiducia. Non quindi un «Non ci pensare», ma piuttosto un «Pensiamoci insieme e vediamo cosa è possibile fare».
  • «Devi pensare positivo, altrimenti…»: tipica frase che viene rivolta alle persone malate che comprensibilmente sono abbattute o preoccupate, con annesso il messaggio “le tue emozioni negative non ti faranno guarire!”. E’ una frase inutile che non incoraggia ed è anzi dannosa perché sortisce il solo effetto di far sentire le persone in colpa per le loro reazioni emotive allo stress, che sono invece non solo fisiologiche ma anche inevitabili. Un atteggiamento fiducioso è importante, ma può coesistere con una sana espressione delle emozioni dolorose. E se proprio vogliamo favorire il “pensiero positivo”, non è certo con questi messaggi allarmanti che possiamo riuscirci; piuttosto allora aiutiamo l’altro a vedere gli elementi oggettivi che fanno ben sperare.
  • «Pensa a chi sta peggio!»: anche in questo caso, se è la persona stessa a elaborare questa strategia per ridimensionare i propri problemi e sentirsi meglio, va bene. Ma quando il suggerimento viene da un altro, può essere sentito come una svalutazione della propria sofferenza e come un giudizio morale (ti lamenti quando c’è chi sta peggio di te?).
  • «So come ti senti, anche a me è successo che..»: possiamo essere tentati di intervenire raccontando la nostra esperienza. Non è di per sé sbagliato, ma c’è il rischio che ci sovrapponiamo all’altro, smettiamo di ascoltarlo veramente, presi dal desiderio di trasmettere la nostra “ricetta”, e alla fine in pratica invece di dare spazio a lui, parliamo di noi.
  • «Io al posto tuo…»: ecco, ma noi non siamo al posto suo, e nella quasi totalità dei casi il nostro consiglio cadrà nel vuoto o risulterà irritante.

Ma quindi allora non si può dire niente? Ecco, direi che in queste occasioni “Meno è meglio”. Un ascolto attento ed emotivamente partecipe è spesso in realtà il contributo più utile che possiamo offrire. La maggior parte delle volte, è tutto ciò che serve. E invece che dare consigli, possiamo semmai aiutare la persona a trovare da sé la soluzione, incoraggiandola a riflettere, facendole delle buone domande, piuttosto che dandole risposte preconfezionate.

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