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26-Jun-19 · Comunicazione e relazione interpersonale

Terremoto, le emozioni su facebook

Emozioni, sfoghi e  riflessioni su facebook mentre la terra trema: il terremoto del centro Italia nel 2016.

«Questa è stata grossa!», «Ma questa di che grado era!?», «Ancoraaaaaa!», «Il telefono non prende. Noi stiamo bene ma il muro è venuto giù»…Pochi minuti fa la scossa di terremoto più forte. Mentre Televideo è ancora fisso su un’imprecisata “Forte scossa nel centro Italia, avvertita anche a Roma” e le linee telefoniche sono saltate, su Facebook  cominciano ad apparire i primi commenti.

Io abito ad Ancona, ma per la maggior parte lavoro a Macerata. La mia bacheca Facebook parla per metà anconetano e per metà maceratese. E ai miei affetti maceratesi è andato il primo pensiero mentre i muri di casa tremavano: «Se qui è così, cosa starà accadendo là?». Si accavallano i primi post, voci e immagini: Camerino, San Severino, Matelica, Tolentino, nomi di luoghi finora non toccati dal terremoto, e capisco subito la vastità del dramma.

La rete degli affetti a poco a poco emerge tra le bacheche. Familiari che abitano in posti diversi e si rassicurano a vicenda; c’è chi da lontano chiede notizie, «L’abbiamo sentita anche a Trento, voi come state?»; c’è chi confessa di avere paura da solo in casa e subito qualcuno accorre a  rassicurare, «Dai, ti tengo compagnia io».

«Magnitudo 7!», «Magnitudo 6», «6,5», «Perché non ci dicono la verità sulla magnitudo?», qualcuno si arrabbia, «Che ve ne importa della magnitudo, finitela e pensate a chi ha perso tutto!». Ma anche avere un numero in questo momento serve ad arginare il terrore, a dargli una misura, è un modo per poter incasellare almeno qualcosa, nell’incertezza totale.

Arrivano immagini di lampadari che dondolano da Roma; dopo il terzo lampadario, il primo post indignato: «Non ce ne importa niente se l’avete sentito anche a Roma, qui ci balla la casa, non solo il lampadario, pensiamo a chi non ha più niente!». Si fa strada  una sorta di graduatoria di legittimità della paura, inversamente proporzionale alla distanza dall’epicentro: se ti si è mosso solo il lampadario, taci e porta rispetto a quelli che stanno peggio. Si scaldano gli animi, ma sempre arriva a mediare qualche voce saggia: «Tutti abbiamo paura, è normale. Cerchiamo di comprenderci e di non giudicare». E quanto a “quelli che stanno peggio”, come sempre accade, non sono lì a fare polemiche: sono impegnati a fuggire dalle loro case, o a darsi da fare per aiutare altri.

Col passare delle ore si affollano foto di case distrutte, paesi polverizzati, il video col monte Vettore che trema come fosse la fine del mondo, il numero degli sfollati che cresce vertiginoso. Commenti increduli e smarriti. Mi viene in mente una frase letta tempo fa proprio su Facebook: “Quando da bambino vedevo cose spaventose al telegiornale, mia mamma mi diceva ‘Cerca quelli che aiutano. Troverai sempre qualcuno che sta cercando di aiutare’” (F. Rogers). E’ vero, sono tanti quelli che aiutano. Di minuto in minuto si  moltiplicano le iniziative, le raccolte di fondi e di beni; persone che aprono la propria casa per ospitare, altre che offrono quello che sanno fare per gli sfollati, dal parrucchiere all’agopuntore.  Scorre una foto dell’hotel di Fermo dove alloggiano i terremotati, le mie colleghe psicologhe dell’associazione EMDR sono lì, di sabato e domenica, per aiutare grandi e piccoli a elaborare il trauma. Altre foto di colleghi accampati da settimane nelle tendopoli umbre accanto alla gente. Clown che strappano un sorriso ai bambini. Mobilitazioni per salvare attività, produzioni artigiane. Volontari che si preoccupano di recuperare gli animali rimasti soli. C’è tanto bene che circola.

Dlin. Un altro messaggio di Franca, me ne manda uno dopo ogni scossa. Franca ha un tumore e un milione di altri guai, che il tumore a confronto è trascurabile. Mille problemi ma altrettanta forza d’animo. Da anni ha l’abitudine di scrivermi messaggi quando è in ansia, anche se ci siamo viste poche ore prima. Non le serve che le risponda, forse neanche che li legga: le basta sapere di poter depositare lì le sue paure, «Mi basta sapere che ci sei». Ora le tocca anche dormire al palasport. Dlin: «Senti, puoi dire ai tuoi gatti se incrociano le zampette per far finire il terremoto?». Abbiamo un rituale collaudato: prima di ogni tac chiede, così per gioco, un aiuto scaramantico dai miei gatti, perché, dice, si fida più degli animali che dei cristiani. Ha funzionato sempre, chissà se vale anche per le scosse. Le mando un video dei miei gatti. Dlin: «Grazie, m’hai fatto ridere e non è poco». La sua capacità di ridere anche nei momenti più duri è un insegnamento che porterò sempre con me.

Scorro la bacheca e mi colpisce una poesia: “Non spendete la vostra vita alla ricerca di un posto da chiamare casa. Rendete le ossa nel vostro scheletro l’unica struttura di cui avete bisogno” (H. Hendrick)”. Bello, poter essere la casa di sé stessi, sapere che tutto ciò che conta è in noi e ce lo porteremo sempre appresso e nessun terremoto potrà distruggerlo. Poi penso ai miei pazienti oncologici, che non stanno al sicuro neanche dentro sé stessi: la prima casa martoriata è il loro corpo. Peggio di questo, cosa c’è? Alcuni sono prigionieri nelle camere sterili e la scossa li ha sorpresi lì, senza neanche poter pensare di scappare o poter fare qualcosa per i familiari a casa nelle zone più colpite. Mando un messaggio per sapere come stanno. E come sempre, mi sorprendono per la loro forza, la sopportazione, l’ottimismo, la serenità: «La casa non c’è più…dovremo cominciare una nuova vita, ma andremo avanti lo stesso». Sì, in questi giorni su Facebook ho trovato la parte migliore degli esseri umani.

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Signorina lei ha bisogno d'affetto

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