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26-Jun-19 · Corpo e malattie organiche

Chirurgia estetica, gli aspetti psicologici

Le aspettative di chi si rivolge alla chirurgia estetica consentono di predirne i benefici o il rischio di un impatto psicologico negativo.

Prima di effettuare un intervento medico chirurgico a finalità estetica, il chirurgo plastico dovrebbe valutare le condizioni psicologiche del paziente, o, ancora meglio, avvalersi della collaborazione di uno specialista psicologo. Al di là delle più gravi patologie psichiatriche che costituiscono una controindicazione assoluta all’intervento, infatti, è comunque opportuno valutare insieme alla persona le motivazioni che spingono alla richiesta, nonché le aspettative sui risultati, per evitare interventi che non condurranno a un miglioramento del benessere del paziente. La chirurgia estetica è infatti in grado di suscitare  reazioni emotive molto forti; inoltre, l’ intensità della motivazione influenza anche il dolore post-operatorio e la durata della convalescenza.

Quando è meglio rinunciare

In caso di patologie psichiatriche conclamate, è consigliabile evitare l’intervento, poiché la fragilità psicologica del soggetto e la sua instabilità emotiva  non garantiscono un consenso valido e aumentano il rischio di una insoddisfazione per il risultato, con ulteriore peggioramento delle difficoltà emotive preesistenti. Tra le principali controindicazioni, ricordiamo i disturbi psicotici (come la schizofrenia) in cui vi è un’alterata percezione e valutazione della realtà; alcuni disturbi di personalità, come quello paranoide; i disturbi depressivi, in cui l’insoddisfazione per il proprio aspetto può essere solo un sintomo dell’umore depresso; il disturbo di dimorfismo corporeo, in cui vi è una preoccupazione eccessiva e irragionevole per un difetto corporeo in realtà trascurabile o assente; il disturbo ossessivo-compulsivo. Dalle ricerche risulta che questi disturbi sono presenti in una percentuale considerevole di quanti richiedono la chirurgia estetica, fin oltre il 50 %.

Anche i pazienti che si sono sottoposti ripetutamente ad altri interventi risultandone sempre insoddisfatti, o che si rivolgono a troppi chirurghi prima di decidersi, lasciano intuire indecisione e alta probabilità di ulteriore insoddisfazione. Infine, è opportuno evitare l’intervento quando il paziente vi attribuisce il potere magico di soluzione di tutti i propri problemi; quando la decisione avviene in modo impulsivo senza considerare ragionevolmente ogni aspetto della procedura; quando il paziente si trova in condizioni di crisi personale (ad esempio, sull’orlo di un divorzio).

Le condizioni ottimali

Alcuni indicatori possono far ipotizzare un buon esito dell’intervento. Innanzitutto, la deformità fisica è evidente sia al medico che al paziente; l’intervento richiesto è stato meditato a lungo e  ne viene riconosciuto il potere correttivo comunque parziale, evitando attese miracolistiche; il soggetto dimostra una buona stabilità emotiva. Il paziente ideale è attivo, consapevole e sicuro di sé, poco influenzabile dal mondo esterno, mentre non è un buon candidato il paziente passivo, poco informato, o spinto alla chirurgia da pressioni esterne, come il bisogno di essere preso più in considerazione dagli altri (la speranza, ad esempio, di salvare un matrimonio o una relazione attraverso un miglioramento estetico). Nel caso del paziente ottimale, si parla di motivazioni “interne” alla chirurgia, riferendosi a emozioni a lungo provate riguardo alle proprie imperfezioni fisiche, e  intendendo una scelta interiore e consapevole non dettata dal desiderio di compiacere altri o dall’adesione acritica a una moda. Tuttavia, occorre considerare che la motivazione non può mai essere totalmente interna, in quanto, come essere sociali, tutti gli individui vivono costantemente immersi in un contesto culturale di cui assorbono, in modo più o meno consapevole, i messaggi e le pressioni. Dire insomma “lo faccio per stare bene con me stesso” ha un valore relativo ed è sostanzialmente un’illusione, poiché nessuno può prescindere dalle influenze del gruppo di appartenenza. Il modello attuale di bellezza e la spinta sociale alla cura del corpo e alla negazione dell’invecchiamento ci vengono  riproposti quotidianamente in milioni di occasioni e diventano parte di noi influenzando le nostre scelte. Se vivessimo da soli su un’isola deserta, probabilmente avvertiremmo ben poco l’esigenza di un ritocchino! Se non è possibile sottrarsi a queste influenze, è però auspicabile averne almeno la consapevolezza.

E dopo?

Dopo l’intervento, la maggiore soddisfazione si ha nelle persone che hanno saputo prefigurarsi realisticamente l’esito, informandosi e documentandosi e analizzando le proprie motivazioni. In questi casi si registra un aumento dell’autostima. La chirurgia aiuta qui a stimolare un’immagine forte e positiva di sé stessi e a restituire una rinnovata gioia di vivere. In altri casi, anche a fronte di un intervento tecnicamente riuscito, si può restare delusi o sentire l’esigenza di ulteriori ritocchi in una spirale crescente che può diventare dipendenza. I minori benefici si hanno nelle persone depresse e in quelle ossessive, che anzi subiscono un peggioramento del disagio emotivo. Alcuni studi recenti hanno riscontrato che le pazienti sottoposte a interventi cosmetici necessitano maggiormente di psicoterapia o psicofarmaci, e soprattutto  hanno  segnalato una inquietante relazione tra intervento per l’aumento del seno e un maggior rischio di suicidio. La causa sarebbe da ricercare  nei tassi di depressione, ansia e scarsa stima di sé che sono significativamente elevati tra le donne che ricorrono alla chirurgia estetica del seno e che non sembrano risentire positivamente dell’intervento.

Un lifting anche per la mente

In un mondo dove tutti ricorressero al ritocco per migliorarsi o apparire più giovani, chi volesse sottrarsi al diktat risulterebbe, per contrasto, pure più brutto e vecchio! E certamente dovrebbe essere dotato di una sicurezza  e una autostima invidiabili per contrastare la pressione a conformarsi: doti che non tutti possiedono. E’ quindi comprensibile che molte persone decidano di adeguarsi.  E’  ipocrita sostenere l’importanza di accettare se stessi così come si è: pensiamo all’adolescente che soffre terribilmente per i commenti feroci dei coetanei, o per il profondo senso di inadeguatezza rispetto al corpo ideale che ossessivamente ritrova  su ogni canale, ogni rivista o cartellone pubblicitario. Se poi dovessimo accettarci per come siamo, non dovremmo  neanche truccarci o tingere i capelli. Tuttavia, intervenire chirurgicamente sul proprio corpo è qualcosa di più che stendere un rossetto sulle labbra e occorre esserne consapevoli. Mantenere – oltre al corpo - anche una mente lucida e sveglia, significa accorgersi di quanto la nostra sofferta inadeguatezza sia frutto di canoni che noi stessi abbiamo arbitrariamente stabilito, e di quanto la soluzione chirurgica, più che una felice opportunità del progresso, possa essere una moderna forma di schiavitù, creata e indotta dalla società senza una oggettiva necessità. Che si decida poi di adeguarsi o meno, questa consapevolezza permette comunque di scegliere responsabilmente, piuttosto che subire acriticamente.

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