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28-Apr-20 · Corpo e malattie organiche

Essere malati di cancro ai tempi del Covid

I malati oncologici affrontano uno stress ulteriore per l'emergenza Covid-19, ma possiedono anche risorse mentali maggiori sviluppate con la malattia.

«Questo virus è peggio del tumore. Per quanto grave, il mio tumore ormai lo conosco, ho un percorso da seguire, dei controlli da fare, del tempo per poter intervenire. Questo, invece, è un bastardo che ti assale all’improvviso e può essere ovunque!». Ma anche: «In fondo io mi ero già abituata prima col tumore a stare a casa e non veder gente. Anzi, mi sembra che, alla fine, sto reagendo meglio io di quelli che sono sani!».
Per i malati di tumore, l’emergenza Covid-19 ha aggiunto un ulteriore stress a una condizione di preoccupazione e precarietà con cui dovevano già fare i conti. D’altra parte, questa nuova situazione trova in loro persone forse più fragili fisicamente, sì, ma non di rado più forti psicologicamente della popolazione sana, perché hanno già dovuto sviluppare risorse: adattarsi, esercitare la pazienza, fare i conti col pensiero della morte. E, non a caso, sono quelle che hanno reagito con paura, certo, ma con meno comportamenti estremi e irrazionali rispetto a molti in piena salute.

La reazione dei malati di cancro di fronte al pericolo del virus è diversa in base a personalità, modalità di fronteggiamento dello stress e meccanismi di difesa attivati, ma dipende anche dalla fase della malattia. Chi si trova all’inizio, a dover gestire una nuova diagnosi, con l’ansia degli accertamenti da fare e l’incertezza del percorso da seguire, deve fronteggiare contemporaneamente due condizioni nuove ed estremamente destabilizzanti, entrambe di portata traumatica, che richiedono di reperire in fretta risorse e di tollerare una fase anche lunga di attesa dei risultati degli esami.

Chi è nella fase della terapia e sta seguendo un percorso già definito, sembra accusare un minor impatto psicologico, sia perché seguire la cura fa recuperare un senso di controllo, sia perché probabilmente, dato l’alto costo emotivo dell’adattamento alle cure oncologiche, la mente attiva meccanismi di difesa che aiutano a concentrarsi sull’obiettivo primario della cura del tumore, facendo recedere maggiormente sullo sfondo il problema del virus, non avendo risorse sufficienti per impegnarsi su entrambi i fronti. Per chi ha concluso le cure, l’impatto del virus torna a farsi più consistente perché riattiva quanto vissuto in precedenza col tumore.

Anche la riorganizzazione dell’attività che i centri oncologici sono stati costretti ad operare ha un’influenza sulla percezione dei malati e sulle loro ansie. Nella quasi totalità dei casi, le Oncologie sono riuscite ad attrezzarsi per garantire la continuità delle terapie, perciò i pazienti in trattamento con chemio e radioterapia possono proseguire le cure, così come sono mantenuti interventi e altre procedure urgenti, e questo è tranquillizzante.
Invece, molti pazienti in follow up si sono visti rimandare gli esami di controllo a data da destinarsi e si sentono abbandonati e in ansia, costretti a convivere col pensiero «Cosa troverò, quando finalmente potrò fare la Tac? Noi stiamo fermi dentro casa, possiamo evitare il virus, ma il tumore va avanti, quello non si ferma!». Molti disdicono di propria iniziativa controlli, interventi o terapia, nella convinzione che sia meglio tenersi più lontani possibile dagli ospedali, visti come ricettacolo di contagio. Se per molti pazienti oncologici l’ospedale di solito è proprio il luogo che fa sentire protetti, sicuri e assistiti, ora è invece percepito come la peggiore minaccia.

La necessità di stare in casa per il virus è vissuta come una protezione, ma allo stesso tempo per molti significa non poter mettere in atto quelle strategie con cui prima tenevano a bada l’ansia legata al tumore: «Prima, quando mi assalivano i brutti pensieri, prendevo e mi facevo una lunga camminata, mi vedevo con un’amica, mi distraevo andando al cinema. Adesso dentro casa è più difficile sfuggire all’angoscia».

La sensazione di controllo personale sulla malattia è minacciata, c’è il pensiero che tanti sacrifici fatti sopportando le cure possano essere vanificati dal contagio, e che non basti più il proprio comportamento responsabile ma ci si trovi in balia delle scelte e del senso civico di milioni di persone, costretti a confidare nel loro buon senso.

Non poter avere la vicinanza dei familiari è un altro aspetto che pesa molto, soprattutto nel primo periodo della diagnosi: sottoporsi a esami che fanno tremare per il possibile esito, andare al colloquio col medico e reggere il colpo di cattive notizie è più faticoso, senza qualcuno che accompagna. Diventano più difficili le ore di chemioterapia, ma anche il tempo a casa, senza il conforto del contatto fisico o, ad esempio, senza la presenza distraente e spesso terapeutica dei nipotini.

Il rapporto con il personale sanitario è una grande fonte di supporto per i malati di cancro, che cercano più di altri nell’operatore sicurezza e calma, un punto di riferimento fermo e saldo per contenere la propria ansia. In questo momento, l’esigenza di ridurre al minimo i contatti e di usare dispositivi di protezione ostacola la comunicazione non verbale e i gesti della cura. Di più, gli operatori stessi condividono con i pazienti una condizione di pericolo, vulnerabilità e allarme, possono essere più nervosi e preoccupati e malgrado lo sforzo di preservare le abituali modalità, l’atmosfera più tesa viene percepita dai pazienti.

A fronte di tante difficoltà, molte di queste persone però hanno sviluppato risorse in più, perché sono abituate a lottare, a fare i conti con le limitazioni, ad accontentarsi anche di poco, a vivere il momento presente, a ricavarsi momenti per ricaricarsi anche in condizioni estreme. Chi soffre di tumori ematologici, soprattutto, deve affrontare lunghi ricoveri in isolamento e mantenere per lungo tempo precauzioni come quelle che ora tutti stiamo affrontando. Sono insomma esperti e da loro possiamo prendere esempio e incoraggiamento per imparare a convivere con la difficile situazione attuale, coltivando disciplina, pazienza e creatività. Come ci dicono, nei video che hanno realizzato e che circolano anche sui social, i ragazzi di 15-16 anni che hanno affrontato una leucemia e non sono usciti di casa per più di un anno, «Se possiamo farcela noi piccoli grandi guerrieri, potete farcela anche voi».

 

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