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30-Jul-19 · Corpo e malattie organiche

Il conforto delle piccole cose

Nel mezzo del dolore e della disperazione, siamo capaci di trovare conforto e sollievo in cose piccolissime e semplici, spesso vicine alla natura.

 

Le cose piccole hanno l’aria di nulla ma danno la pace. Sono come i fiori dei campi verdi. Li crediamo senza profumo e tutti insieme imbalsamano l’aria. (Georges Bernanos)

“La cosa più bella della vita è che la nostra Anima rimanga ad aleggiare nei luoghi dove una volta giocavamo” (Kahlil Gibran). “Oh, che immagine poetica”, ho pensato sognante la prima volta imbattendomi in questo verso che non conoscevo. “Bianchi prati di margherite. Campi di grano dorato. Cespugli profumati. Altalene e voli di farfalle. Luccicanti rive del mare. Che scenario soave per trascorrere l’eternità. Sì, che bello se accadesse proprio così: la nostra anima che resta a volteggiare nei posti dei giochi d’infanzia …”.

Poi, nel mezzo dell’incanto, un’improvvisa, inquietante consapevolezza, e nella mente la fotografia nitida dello sfondo prediletto dei miei giochi di bambina: il grasciàro.

Più propriamente detto - per chi non appartenesse all’area linguistica anconetana – “letamaio”, ovvero luogo atto a raccogliere letame di origine animale, il grasciaro stava lì, nel campo dei miei nonni, dietro casa. Una fossa rotonda spesso coperta d’erba che, contrariamente ad ogni logica aspettativa, non emanava puzze di alcun genere e che, per una fortuita coincidenza, faceva da scenario alla mia attività preferita di bambina: giocare alla “famiglia povera ma felice” (evidente, precoce presagio delle brillanti prospettive economiche della carriera di psicologo). Proprio accanto al grasciaro, stava infatti una sedia di legno tutta sbilenca, sotto un tralcio di vite, a guardare là, dove finiva il campo, prima dello stradello costeggiato di filo spinato che portava alla strada e al paese. Per misteriose ragioni che non oso approfondire, quello spicchio di campo assolutamente insulso rappresentava per me la felicità. La sedia sbilenca sotto il tralcio di vite era la casa. Il gioco, in cui coinvolgevo la malcapitata amica del cuore di turno ma che, abituata al piacere della solitudine di figlia unica, non disdegnavo di condurre anche da sola in compagnia di una bambola, consisteva nel vivere una vita felice con poco o niente a disposizione. La gioia era fare un minestrone con le erbe trovate nell’orto, o la marmellata per la bambola impiastrando le albicocche cadute dall’albero (cadute, mica raccolte, troppo facile sennò!). Giocavo, ma la felicità era reale. E quando nei pomeriggi d’estate, verso le sette quando la luce si fa più dolce, mi sedevo sulla sedia sgangherata tutta soddisfatta del mio minestrone con le foglie di lillà e i ciuffi di finocchio selvatico, guardando verso la campagna, sentivo davvero la serenità, una pace beata che poi da grande ho riprovato una sola volta.

Qualche giorno fa mio padre mi ha sorpreso assorta sotto la vite, l’unica cosa rimasta della mia vecchia casetta felice. Adesso al posto del grasciaro c’è un bel prato all’inglese. E al posto della campagna, i parcheggi del condominio accanto.

“Che fai lì?”

“Niente, guardavo. Papà, ma quella sedia che stava qua sotto, dov’è finita?”.

“Quale sedia? Quel catorcio tutto rattoppato? L’avrò buttata quando ho ripulito! Perchè?”

 

Da sempre sono attratta, emozionata, appassionata e confortata dalle cose piccole. Piccole, apparentemente inutili, spesso fugaci e anche imperfette. Dei viaggi nelle città più belle d’Europa, serbo nel cuore ricordi incomprensibili ai più: della sfavillante Parigi, io ricordo entusiasta le casette basse e fiorite di una viuzza periferica in cui il pullman del viaggio organizzato era finito sbagliando strada; della sontuosa Vienna imperiale, mi ha folgorato lo scoiattolo spavaldo nel parco di Schonbrunn, venuto a prendere un biscotto dalla mia mano; della maestosa Praga, mi hanno commosso i sassolini in bilico sulle tombe del cimitero ebraico, che ho scoperto star lì al posto dei fiori, e che resistevano contro ogni legge della fisica sotto un diluvio furioso che travolgeva cose e persone.

Tempo fa, in un negozietto di San Gimignano pieno di affascinanti cose di carta, un “Lunario dei giorni sereni” ha rapito la mia attenzione. Dopo due secondi era mio: ecco, qui voglio appuntare ciò che mi ha dato emozioni felici, perché non vada perduto. Se uno ora gli desse una sfogliata, lo butterebbe presto, deluso, nella pattumiera. Apro a caso una pagina: “29 giugno, le lucciole nell’orto di Bruna!” “18 luglio, due vecchietti che passeggiano sulla riva tenendosi per mano”; “11 agosto, tre stelle cadenti”; “21 agosto, piegata in due per le risate con gli sms di Ivana”;  “18 settembre, una farfalla gialla e verde in volo vicino all’ospedale: bellissima!”. Tutta roba così.

Quando non mi occupavo ancora di oncologia e leggevo che spesso, quando si è malati, si trovano conforto e sollievo nelle cose piccole, in quelle più semplici o vicine alla natura, restavo dubbiosa: mmh, sarà davvero così o è solo retorica che serve a rassicurare “noi sani”? E io, che già per mia natura sono così a mio agio con le piccole cose, potrei essere avvantaggiata in questa faccenda? E se invece, proprio perché ormai assuefatta, per me non funzionasse? La questione mi affascinava.

Adesso, dopo diversi anni passati ad ascoltare le storie delle persone malate, non ho più dubbi: non era retorica, funziona proprio così. Per qualche provvidenziale meccanismo regalatoci dalla natura umana, nel mezzo del dolore, della disperazione e della paura, siamo capaci di lasciarci confortare, anche se per un attimo, da una finestra spalancata sulle montagne innevate, da una tazza di tè con un’amica, un gatto che sonnecchia sul tappeto nell’unico spicchio assolato, una passeggiata solitaria nella campagna, un’ora con la nipotina sulle ginocchia, un giro di valzer con gli amici del sabato, strappato alla stanchezza della chemio. Quando le persone mi chiedono “Che posso fare per non sentire sempre questo tormento dell’ansia? Che posso fare per non avere questa tristezza sempre addosso?”, e cerchiamo insieme di scoprire quello che a loro dà sollievo, finiamo sempre lì, in cose spudoratamente banali eppure sorprendentemente potenti. Alcuni arrivano aspettandosi una ricetta per l’ansiolitico, e ripartono con un post-it con una prescrizione inconsueta: “Terapia: aumentare le dosi di gioco con la nipotina, si consiglia almeno una somministrazione quotidiana”.

Allo stesso tempo, piccole cose irrilevanti, eventi il cui accadimento normalmente scivolerebbe nell’indifferenza, relegati a routine non degna di nota, improvvisamente assurgono al rango di conquiste grandiose e commoventi. “Ieri in piscina sono riuscita a fare la coda! Ti rendi conto? La coda! Per la prima volta, ho tirato indietro i capelli e ‘bastavano’!”, racconta Danila con gli occhi azzurri che luccicano d’entusiasmo e commozione, perché i suoi capelli, caduti per la chemio, stanno finalmente tornando come un tempo: perché lei, sta finalmente tornando alla vita.  Tempo dopo, un suo sms inaspettato: “Ciao, scusa l’ora, volevo dirti che ho fatto la risonanza e va tutto bene! Ho pianto, ma per la prima volta ho pianto di felicità!”. I capelli  abbastanza lunghi per fare la coda, la risonanza andata bene. Due fatti apparentemente così distanti,  tanto superfluo il primo, quanto essenziale il secondo. Eppure, lo stesso potere di entusiasmare e commuovere. Anzi, la coda ti commuove di più, perché allo stesso tempo ti fa dire “Dio, a che punto dobbiamo ridurci” ma anche “Che meraviglia, quale grandiosità in cose minuscole”.

 

 

 

 

 

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